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La mediazione
La mediazione può essere considerata come un concetto, un
principio, una pratica affermata e diffusa nella nostra società occidentale
negli ultimi anni.
Dal punto di vista concettuale il termine “mediare” significa trovare il giusto
mezzo tra un’infinita possibilità di soluzioni; una scelta che presuppone
un’adeguata conoscenza degli interessi e dei bisogni da soddisfare e
contemperare al fine di approdare ad un equo risultato.
La Mediazione come principio ispiratore dell’agire quotidiano è riconducibile a
un 'idea di armonia, di conciliazione di conflitti. Lontano da un’impostazione
individualista, tale principio guida verso la condivisione, intesa come il
riconoscimento delle uguaglianze e diversità, al fine di superarle in un
processo di reale integrazione, che consenta di realizzare, non semplicemente un
sistema aggregato di elementi distinti e distanti tra loro, ma una realtà che
riconosca il valore aggiunto nella diversità.
Da pochi anni la mediazione si è affermata come pratica, un modus operandi, che
risale agli anni ’60 in risposta ai disordini sociali presenti negli Stati
Uniti. La prima applicazione infatti riguardava il settore penale, in cui si
percepiva la necessità di rintracciare delle soluzioni che riconoscessero
dignità all'uomo in quanto essere relazionale, per approdare poi sulle sponde
europee grazie alle pratiche inglesi e francesi, che ne ampliarono la portata:
dall’ambito familiare, finalizzato alla risoluzione, o più correttamente alla
composizione di conflitti generazionali, ad un ambito sociale più diffuso, come
quello della Mediazione interculturale.
La figura del mediatore culturale è nata in Italia come in Europa con l'entrata
della seconda fase del ciclo migratorio, quando si è passati dall'inserimento
dei singoli, all’inserimento di interi nuclei familiari, transitando da un
concetto di “tolleranza” e pacifica convivenza tra realtà culturali diverse, al
concetto di integrazione.
Al fine di comprendere il valore sociale della Mediazione, è opportuno precisare
che da un punto di vista semantico l’idea di Mediazione culturale, trova una
contrapposizione terminologica interna tra “MEDIAZIONE” E “CULTURE” . Il primo
termine rinvia a un idea univoca e condivisa, il termine “culture” invece appare
di difficile definizione, perchè carico di aspetti e prospettive molteplici.
Tuttavia, la contrapposizione semantica trova conciliazione nel punto di
contatto tra i diversi sistemi culturali, che possono emergere da una accurata
azione di mediazione.
In considerazione del fatto che mediare significa far comunicare sistemi
culturali differenti in tutta la loro complessità interna, i campi di intervento
della mediazione interculturale sono numerosi, tanto da qualificare la
mediazione come concetto plurale, un termine che dovrebbe permettere di:
comunicare e accogliere, gestire le differenze, ridurre i conflitti, chiarire le
norme, le regole, garantire l'accesso e l'uso dei servizi e la fruizione dei
diritti ai nuovi cittadini, rappresentando e mettendo in scena le culture.
Il mediatore può essere considerato un ponte, una figura creatrice di legami tra
soggetti diversi, ma può essere anche visto come soggetto in grado di porre
rimedio, di attenuare le tensioni e smussare gli angoli e le distanze.
All’interno della nuova dimensione sociale multietnica che si è configurata
nella nostra realtà, appare necessario prendere atto del processo che si è
attivato, attraverso il quale sono entrate in contatto differenti culture, modi
di vivere, di interpretare e relazionarsi. Di fronte ai nuovi scenari sociali,
si è avvertita l’esigenza di costruire forme di interazione; a tal fine si
pensava originariamente, purtroppo in senso riduttivo, di poter realizzare
“mediazione interculturale” attraverso l’implementazione delle abilità
linguistiche e di traduzione.
In realtà le relazioni interpersonali e soprattutto le relazioni interculturali
non possono transitare semplicemente attraverso la comprensione e l’utilizzo di
idiomi diversi, ma attraverso la COMUNICAZIONE, che prevede un complesso
processo di interazione, in grado di trasferire non solo informazione, intesa in
senso sterile e tecnico, ma anche e soprattutto un ricco sistema di elementi,
che consentono di interpretare le informazioni stesse in modo coerente rispetto
al quadro culturale in cui si inseriscono. Il risultato ultimo di una corretta
azione di mediazione interculturale è la presa di coscienza di quello che gli
antropologi chiamano “processo di acculturazione”, ovvero il processo di
apprendimento reciproco nel contatto tra culture diverse.
L’esigenza di formazione per il Mediatore interculturale
L’esigenza che l’Amministrazione comunale ha inteso soddisfare con il Corso
professionale per Mediatore interculturale è quella di fornire una formazione
adeguata, che consenta di espletare al meglio il ruolo di mediatore
interculturale all’interno della società.
Ci si è chiesti se basti la conoscenza di una lingua straniera per qualificare
tale figura professionale, ma l'equivalenza lingua-cultura-identità, come già
esplicitato in premessa, non può reggere. Conoscere la lingua non è sufficiente,
bisogna conoscere la cultura di un popolo per muoversi verso forme di
integrazione.
Per ciò che riguarda la normativa italiana i mediatori culturali sono stati
istituzionalizzati dalla legge sull'immigrazione del 1998 (legge n. 40 1998 e
T.U. all'articolo 38) che li cita per la prima volta, tuttavia il testo di legge
non fornisce una definizione esaustiva delle competenze professionali, tali da
consentire la programmazione di un percorso formativo coerente con le
applicazioni pratiche.
In realtà i mediatori vengono riconosciuti come una presenza necessaria nella
gestione del rapporto fra società locale e immigrati. Si sottolinea inoltre come
nelle recenti modifiche normative la mediazione sia vista come strumento per
l'integrazione sociale e come misura scolastica; spesso ci si riferisce al
mediatore come figura “interculturale” quando si parla di mediazione sociale,
mentre si utilizza semplicemente il termine “culturale” in riferimento alla
figura di ponte tra le Istituzioni e gli stranieri.
Poichè la realtà è ancora molto distante dalla figura del mediatore formato sui
binari di un'istruzione di livello universitario, che preveda un'adeguata
formazione in ambito di comunicazione, pedagogia, e conoscenze giuridiche,
l’Amministrazione comunale ha valutato positivamente la predisposizione di uno
specifico percorso di formazione professionale per la figura di mediatore
interculturale, che agisca sia sul piano sociale (mediazione interculturale in
senso stretto), sia nei rapporti tra le Istituzioni e lo straniero (mediazione
in senso culturale).
Destinatari dell’azione formativa sono stati gli immigrati e rifugiati. Tale
scelta è stata supportata da una motivazione metodologica di fondo, che ha
trovato positivo riscontro nell’espletamento della stessa formazione.
Basilare per il mediatore è essere un tecnico competente della comunicazione
interculturale, tuttavia si riconosce il valore aggiunto fornito dal vissuto
personale di ciascun mediatore interculturale. Infatti oltre a conoscere la
lingua, la cultura del paese di accoglienza, oltre che quella del paese di
provenienza, il mediatore sarebbe agevolato nella sua azione professionale da
un
proprio vissuto di migrazione. Non importa che il mediatore appartenga alla
nazionalità dell’ immigrato con cui si relaziona, l'importante è la conoscenza
della cultura di entrambi i paesi di provenienza e soprattutto la vicinanza con
la situazione psicologica che impone il migrare.
Presupposto per intraprendere il percorso di formazione professionale è la
rielaborazione del proprio vissuto migratorio, considerato basilare per il
mediatore, che ponendosi al centro di una relazione deve conoscere ed essere in
grado di far vedere il punto di contatto tra le culture, pur riconoscendo i
passaggi difficili dell'integrazione; deve avere un sapere pratico che permetta
di decodificare la domanda e proporre una risposta, favorendo l'incontro tra due
culture.
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