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:: La Città - Arte & Storia - Architettura rurale ::
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ARCHITETTURA RURALE
Già dall’antichità i primi abitanti tugliesi sfruttavano le pietre per vari
usi particolari. Di questi ci rimangono numerose testimonianze come i menhir e
le costruzioni a secco.
Muretti a secco
I muri in pietra a secco rappresentano una delle strutture più
antiche create dall’uomo, diffuse dove il pietrame era abbondante, soprattutto
durante le operazioni di spietratura dei campi, per far posto alle nuove
piantagioni.
La costruzione veniva eseguita dal parietario, maestranza
specializzata per tali costruzioni, e consisteva nell’esecuzione della
fondazione del muro con grosse pietre appena sbozzate sulla faccia esterna,
disposte a doppia fila, con l’ausilio di una guida costituita da due cordelline
stese. Successivamente, l’elevazione del muro era fatta con pietre lavorate su
una sola faccia, mentre lo spazio creatosi tra i due filari veniva man mano
riempito con del materiale più minuto. L’irregolarità e le sfaldabilità dei
conci richiedeva perizia nello scheggiarli con opportuni colpi di martello e
ridurre al minimo lo spazio tra di essi, in modo che la tessitura fosse ben
serrata per garantire nel tempo una buona stabilità e resistenza del muro.
L’operazione si completava con la copertura del muro eseguita con grossi pezzi
di pietre disposti trasversalmente sino a formare dei veri cordoli di
irrigidimento.
La legge sulla miglioria dei fondi del 1863 obbligava i contadini a costruire il
muro di recinzione alto almeno tre palmi e mezzo (circa 90 cm). Nei grandi
poderi dei grossi proprietari terrieri li troviamo anche di altezza superiore a
2 m e con una base di appoggio di circa 1 m.
Furneddhri
Un altro uso frequente delle pietre che ci rimane dei nostri antenati è
rappresentato da quei casolari rustici di varie forme usati dal contadino come
riparo per tenere la famiglia lontana dai pericoli della campagna o come dimora
stagionale nei periodi di maggiore richiesta di mano d’opera nei campi, ovviando
al pendolarismo giornaliero. Spesso, accanto a tali costruzioni, si costruivano
ripari più piccoli adibiti a deposito di legna ed a stalla con la mangiatoia.

Per quanto riguarda il significato e la diffusione dei vari termini adottati per
indicare tale costruzione, sono stati fatti numerosi studi. Questi vanno da
truddhu a chipuru, da paiaro a liama, a furneddhru, a seconda della zona in cui
si trovano e delle forme, circolare o rettangolare.
Il nome furneddhru è da mettere in relazione con il fatto che il contadino
considerava il suo riparo un vero e proprio forno. D’estate, infatti, utilizzava
le superfici dei gradoni e del terrazzo per sistemare i graticci o le stuoie
(cannizzi) per essiccare i fichi; da qui esso è inteso come luogo per la cottura
o la torrefazione di un prodotto. Singoli o raggruppati si trovano spesso al
centro dell’unità particellare e sono generalmente collegati alla pubblica via
con dei stradoni praticabili un tempo solo dai carri (tratturi). In alcune zone
si estendono con densità elevatissima, fino a raggiungere anche i 70 esemplari
per kmq, come possiamo notare nei pressi del campo sportivo “G. Valentini” di
Tuglie - vicinale “Raona” - dove la maggior parte sono ancora intatti.
La tecnica costruttiva varia a seconda della forma, circolare o quadrata. Scelta
la pianta, il parietario, la disegnava nel terreno e, successivamente,
cominciava a costruire i muri perimetrali, sia interni che esterni, poggiandoli
possibilmente su un banco di roccia affiorante, il peggiore punto agricolo. Il
vuoto creatosi tra questi era riempito, man mano che si innalzavano i muri, con
materiale più minuto. Durante questa fase si costruivano nicchie, mangiatoie e
ripostigli, tenendo conto anche del vano porta, spesso situato a sud come riparo
dal vento freddo quale la tramontana.
Varie sono le soluzioni per il vano porta
che vanno dal sistema trilittico a quello con il triangolo di scarico, fino a
quello ad arco con conci cuneiformi sagomati nel tufo.
Elemento fondamentale è, inoltre, la scala che serviva sia per portare il
materiale su man mano che si innalzava la costruzione sia, a costruzione finita,
al fine di utilizzare il terrazzo per l’essiccazione dei prodotti.
La cupola si innalza a cerchi concentrici senza difficoltà, in quanto già il
primo anello, leggermente aggettante all’interno, fornisce l’appoggio per il
secondo e così via via per i successivi anelli fino al verticale della
costruzione. Questo è detto ”occhio della cupola“, chiuso con una lastra
calcarea su cui, talvolta, è inciso un simbolo o la data di costruzione. Su
alcune costruzioni, in corrispondenza della porta, troviamo anche un pinnacolo
sulla sommità, quasi a testimoniare la firma del costruttore.
Pozzi
Alla provvista di acqua si rimediava scavando una cisterna nelle immediate
vicinanze del riparo, per mezzo di eccellenti soluzioni di canalizzazioni, sia
verticali che orizzontali, che permettevano di raccogliere le acque piovane dal
tetto della costruzione, a volte intonacata.
Le cisterne, se costruite nella roccia affiorante, avevano la stessa tecnica
costruttiva dei furneddhri.
Vista la mancanza di corsi d’acqua nel Salento, dove non era possibile costruire
delle cisterne, si iniziarono a scavare numerosi pozzi laddove la falda freatica
era più raggiungibile, spesso segnalata da un rabdomante. Scavati dagli esperti
puzzari, questi hanno sezione quadrata o circolare ed il lavoro di scavo
terminava allo sgorgare della prima acqua dalla falda. Il pozzo veniva rivestito
con pietre calcaree grezze fino alla profondità di circa 3 m.

Numerose sono le soluzioni per attingere l’acqua dai pozzi che vanno dalla
semplice corda col secchio di rame ai sistemi più evoluti con vari meccanismi
mossi da animali o dall’uomo stesso mediante ruote a pedali. Di questi fanno
parte le ‘ngegne (da congegno o ingegneria), ruota in legno o in ferro mossa da
un asino, di cui un esemplare lo possiamo trovare al Museo della Civiltà
Contadina di Tuglie sul piazzale esterno.
Testi e immagini di: Arch. Roberto Guarini - Tuglie |
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