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I MUSEI
Museo della Radio
Museo della civiltà contadina
Frantoio ipogeo

Museo della Radio
In occasione del Centenario dell’invenzione della radio (1895-1995), l’Amministrazione Comunale di
Tuglie, nel dicembre del 1995, allestì nell’Aula Consiliare, una
Mostra della Radio, esponendo alcune decine di apparecchi radio
riceventi e trasmittenti di ieri e di oggi.
La Mostra registrò un grande successo e molti visitatori, soprattutto studenti degli Istituti Tecnici
della provincia di Lecce ed anche di Brindisi, ebbero modo di ammirare
una straordinaria collezione di apparecchi radio d’epoca, vecchi
trasmettitori telegrafici, ricevitori a galena, serie di valvole
introvabili, perfettamente funzionanti, di fabbricazione italiana e
straniera.
L’esposizione delle vecchie radio e delle strumentazioni di trasmissione destò grande interesse e
curiosità. Perciò, nell’anno 1999, il sindaco Antonio Gabellone (oggi
Consigliere Provinciale) e l’assessore Daniele Ria (oggi sindaco)
esaminarono l’opportunità di realizzare in Tuglie il Museo della
Radio, il primo nell’Italia Meridionale.
Si passò quindi all’individuazione di una sede che potesse ospitare stabilmente la
pregevolissima collezione di apparecchi radio e di strumentazioni che il
collezionista Giuseppe Salvatore Micali, ex Sottufficiale
Marconista della Marina Militare ed appassionato ricercatore di
apparecchi e materiali che avevano a che fare con il mondo della
comunicazione radiofonica, aveva raccolto in più di trentacinque anni
d’intenso lavoro.
Nacque così per l’Amministrazione Comunale la certezza di poter creare il Museo della
Radio mediante l’acquisizione della collezione museale del Micali,
il quale si dichiarò ben disposto a cedere al Museo le vecchie radio e
tutti gli accessori in suo possesso, che, dalla fine dell’Ottocento
risalivano agli anni del Novecento: frutto di una lunga ed estenuante
ricerca.
Il Comune disponeva dell’immobile di proprietà in Via Vittorio Veneto, dove si stava
recuperando l’antico frantoio ipogeo ex Marulli, e quindi i
locali posti al piano superiore, una volta restaurati, avrebbero
ospitato il Museo della Radio, creando una ulteriore occasione di
turismo per la comunità tugliese.
L’Amministrazione Provinciale di Lecce, riconosciuta la validità dell’iniziativa,
s’interessò subito all’acquisto delle straordinarie apparecchiature
concedendo al Museo un contributo di lire 150.000.000.
Il Comune di Tuglie, ottenuto il sostegno della Provincia ed il parziale finanziamento
dell’opera, passò alla progettazione ed alla realizzazione del Museo,
incoraggiato anche dalla Fondazione Marconi.
Il 17 aprile 2004, il Museo della Radio è stato inaugurato in presenza del celebre
presentatore Pippo Baudo, che da giovane cominciò a trasmettere
per radio lo spettacolo “Rosso e Nero” con Mina: un grande
ed indimenticabile successo. A quel tempo anche Mike Buongiorno faceva
il radiocronista girando per l’Italia e raccogliendo i saluti da inviare
agli emigranti italiani sparsi per il mondo.
Così il sogno è diventato realtà. Ora nei locali del Museo sono esposti in bell’ordine più di
120 esemplari introvabili nei mercati del mondo: dal trasmettitore
telegrafico automatico Edison (USA, 1893), ai ricevitori a galena, a
quelli degli anni dal 1920 al 1960 e 1970; dagli apparecchi più
raffinati disegnati da celebri artisti d’avanguardia a quelli più poveri
e popolari di vecchia memoria: Radiorurali (1936),
Radiobalilla (1937) e Radioroma (1939), diffusi e
propagandati dal regime fascista. Della collezione fanno parte anche un
Philips 390, detto formaggino, e il mitico Minerva VR
301 DyN.
Il Museo è aperto a tutti ed attende di essere visitato dagli appassionati di radio e di
radiotelegrafia, specialmente dai giovani che non hanno vissuto la
straordinaria epopea della radio.

Visita il sito: www.museoradiotuglie.it
Mail: info@museoradiotuglie.it
Tel: 0833 597747
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Il Frantoio Ipogeo
MUSEO NATURALE ANNESSO AL MUSEO DELLA RADIO
Dal Catasto Generale del Casale di Tuglie (25 febbraio 1749) risulta che l’antico frantoio ipogeo
del Rione Croce era già attivo nella metà del secolo XVIII.
Ubicato ai margini del centro storico, esso rappresenta un peculiare
“luogo del lavoro” e una testimonianza della civiltà contadina del
Salento. Il processo produttivo del frantoio ha inizio tra la fine del
secolo XVII e il primo quarto del secolo XVIII e si conclude nel 1957
circa, poi venne completamente dimesso e abbandonato.
Il frantoio della Croce, così era denominato, nei primi lustri del secolo XX divenne di proprietà
della Sig.ra Vergine Filomena Serafina che, nel 1939, lo vendette alla
Sig.na Imperiale Augusta. Il 23 gennaio 1942, l’ipogeo venne acquistato
da Marulli Donato.
Infine, con atto del 18 luglio 1989, venne acquistato dal Comune di Tuglie. Dopo
anni di totale abbandono, l’Amministrazione comunale, a seguito
dell’acquisto, avviò il progetto di recupero dell’intero immobile.
La struttura ipogea, interamente ricavata nella roccia, comprende una superficie di circa mq.215.
L’accesso avviene mediante una scala a rampa retta lunga m.6.00 e larga
m.2.40, coperta da una volta a botte. Il frantoio è caratterizzato da un
grande vano centrale dove avveniva il processo produttivo (molitura
delle olive e torchiatura della poltiglia); sui lati si affacciano i
locali di deposito delle olive, la stalla, la postura per l’olio (pile)
e la zona di riposo dei trappetari
Gli ambienti di questo antico opificio oleario hanno un’altezza compresa tra m.1.70 e m.3.55.
Lo strato della roccia di copertura ha uno spessore variabile da m.1,30
a m.2,50; lungo il vano centrale si scorgono due aperture verso
l’esterno (lucernari)
con volte a spigolo, sorrette da murature di tufo, che avevano,
all’origine, il duplice scopo di mantenere ventilati gli ambienti di
lavoro e di scaricare direttamente le olive all’interno della sala di
lavorazione. Sulla base di questi dati, il frantoio ipogeo ex Marulli
esprime da circa tre secoli la storia socio-economica della comunità del
piccolo centro di Tuglie.
La Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici di Bari, in data 14
ottobre 1995, ha riconosciuto l’interesse storico-artistico del frantoio
ipogeo in quanto testimonianza di architettura rupestre del secolo
XVII-XVIII, sottoponendolo a vincolo di tutela ai sensi di legge.
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Il Museo della Civiltà Contadina
Nel 1982,
Giuseppe
Bernardi, imprenditore agricolo di Tuglie, fondò il Museo della
Civiltà Contadina e delle Tradizioni Popolari Salentine
sistemato nei locali di servizio del seicentesco Palazzo Ducale, dimora
della nobile famiglia Venturi, nella centrale Piazza Garibaldi.
Il Museo è ricco di testimonianze dell’ormai perduta civiltà contadina e grazie alle
particolari ambientazioni, riesce ad evocare l’atmosfera tipica della
nostra gente che lavorava duramente nei campi per sostentare la propria
famiglia.
Gli oggetti custoditi nel museo sono pezzi d’antiquariato e semplici strumenti di lavoro di una
civiltà scomparsa appena cinquant’anni addietro, testimoni di una
cultura senza difese aggredita dalla televisione, dall’industria, dal
terziario e dal consumismo sfrenato.
L’attuale sala d’ingresso del museo in origine era adibita a frantoio, successivamente
venne usata come stalla e poi come legnaia. Oggi vi sono
custoditi tutti gli attrezzi e gli utensili necessari per l’uso e la
cura
dei cavalli, compreso uno splendido traino, mezzo di trasporto
per le botti, l’uva e i mattoni. Negli antichi palmenti l’uva
veniva trasformata in vino, come nei trappeti le olive in olio.
Nel palmento del Palazzo Ducale viene conservata l’originale
attrezzatura, compresa la vasca in pietra per la fermentazione, la
caditoia dell’uva ed un torchio del ‘700. La vecchia cantina,
oggi adibita in sala per congressi, era usata per conservare fresco il
vino contenuto in grandi botti di rovere.
La dispensa, era un piccolo locale annesso alla cucina, usato come magazzino per le vivande.
Ora custodisce gli attrezzi di lavoro del falegname, del bottaio, del
fabbro, del carpentiere e del maniscalco, mestieri strettamente legati
al mondo contadino. Ci sono enormi pialle per levigare il legno,
ingegnose livelle per le botti e gli utilissimi cani necessari
per la costruzione delle ruote dei carri. Nella cucina,
insieme a numerosi piatti di argilla, macina-carne e passa-pomodori,
disposti intorno ad una monumentale cucina in ghisa, troviamo oggetti
particolarissimi come un setaccio del ‘700 in pelle di cane bucherellata
in modo da riprodurre una figura d’animale (farnaru), sicuramente
unico in Terra d’Otranto. Nella vecchia madia sono ancora conservate le
fische
per confezionare la ricotta, e sul tavolo, al centro della stanza, fa
bella mostra una originale macchina per fare la pasta. E poi, una serie
di strattiere per pomodori e tosta-caffè ormai inesistenti.
Nella stanza del contadino si conservano gli attrezzi che hanno accompagnato il
lavoro nei campi dei nostri furesi. Pompe e filtri per l’olio,
roncule da pota, iniettori di solfuro e gli indispensabili crocci,
per recuperare il secchio caduto nel pozzo. E poi imbuti,
stangati, stompaturi per pigiare l’uva ed una statera
del ‘700 necessaria per pesare i tini al momento della vendemmia.
Nella sala d’armi, tra giubbe e divise militari, sono esposti i titoli nobiliari della
famiglia Venturi (rilasciati dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria e
dall’imperatore Francesco Giuseppe) numerosi ricordi di guerra, di
professioni e sport vari. E poi numerosissime sputacchiere in
ceramica smaltata, e tanti semplici giochi con cui si divertivano i
bambini: fiti, tremule, curri, carroarmato e trappole per i
pettirossi.
Entrando nell’antica camera da letto, ciò che attira subito l’attenzione sono gli
strumenti per la tessitura: oltre ad un telaio del ‘700 si
trovano la macinula, fusu e fusifierru per tessere e
filare.
Per contenere il corredo matrimoniale si usava un grosso cascione che, in mancanza
d’altro, serviva anche come bara. Insieme ai telai, sono conservati
cantari originali in terracotta, macchine per cucire e monache,
telaietti in legno per riscaldare le lenzuola dall’interno, con la
brace, senza farle bruciare.
Nella lavanderia, ogni settimana si faceva il bucato: le donne di casa preparavano
cofanu, limbu e cenneraturu per contenere bucato e
liscivia. Il sapone veniva fatto artigianalmente ed alcuni pezzi ben
conservati lo testimoniano. Una serie di stricaturi per lavare
gli indumenti fa intuire quanto fosse duro stricare i panni e le
irsute maglie di lana di quei tempi.
Vi è poi una piccola cappella nella quale ci si riuniva per celebrare la messa, per
recitare il rosario o semplicemente per pregare.
Giuseppe Bernardi, grazie anche alle donazioni di chi ha creduto nelle finalità di questa
iniziativa, ha raccolto nel museo della civiltà contadina una delle più
ricche documentazioni sulla vita quotidiana dei nostri contadini fra il
1600 e l’inizio della seconda guerra mondiale. Questo museo, che
comprende gli oggetti dell’antico lavoro agricolo, dei mestieri
artigiani e della vita di ogni giorno, ripropone il sempre attuale
problema dell’equilibrio fra le nuove esigenze sociali ed il solido
legame con le tradizioni e la cultura della propria terra.
Il Palazzo Ducale di Tuglie, pur essendo incastonato nel centro storico del paese, dispone di
circa 20.000 mq. di spazi verdi convertiti in fattoria didattica nei
quali si possono visitare il verziere, il bioparco, l’insediamento
rupestre, la macchia mediterranea ed il belvedere, balcone naturale da
dove si può ammirare l’intera piana di Gallipoli.
Fra le tante attività svolte dal Museo della Civiltà Contadina (gestito dall’Associazione Culturale Amici del
Museo - Onlus), sono degne di nota le Giornate verdi per la scuola,
una proposta di didattica pratica sul territorio salentino che negli
ultimi sei anni ha visto la presenza di oltre 30.000 studenti in gita
d’istruzione. Interessanti anche i progetti Penelope e Moralba
sull’utilizzo della lana, seta, cotone, lino, ecc. e sulla coltivazione
del gelso bianco e riproduzione di razze locali per baco da seta. Il
Museo, inoltre, collabora con diverse scuole ed istituti
all’organizzazione della Settimana della cultura scientifica e
tecnologica ed ha gestito campi-scuola di educazione ambientale
finanziati dalla CEE.
Visita il sito: www.civiltacontadina.com
E-mail: info@civiltacontadina.com
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Testi a cura di LUCIO CAUSO
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